L’artigianato e il sistema bancario al tempo della crisi

Piccoli produttori e artigiani costituiscono il 98% dell’economia”
Sergio Silvestrini, segretario generale della Cna, risponde a Corrado Faissola, presidente Abi

«Lo stato di disagio da noi rappresentato trova riscontro nelle parole del Governatore Draghi, del Presidente Consob Cardia e del Presidente Bce Trichet che riconoscono alle banche un ruolo determinate nel rendere la crisi che stiamo affrontando più o meno duratura», Sergio Silvestrini, Segretario Generale Cna, Confederazione Nazionale dell’artigianato, risponde al presidente dell’Abi, Corrado Faissola, che nel corso dell’assemblea generale dell’Abi, dell’8 luglio ha ribadito: «Noi crediamo di aver fatto il nostro mestiere di imprenditori bancari in modo assolutamente adeguato.

Il nostro mestiere lo abbiamo fatto, lo stiamo facendo, lo faremo seguendo le regole della finanza. L’interesse delle banche è quello che il governo e le altre imprese hanno messo in risalto negli ultimi mesi: quello di conservare il maggior numero di imprese possibile nel mercato. Non accettiamo di essere invitati a fare il nostro mestiere».
Lei cosa risponde?
«Non siamo nostalgici delle banche a proprietà pubblica e riconosciamo la natura imprenditoriale dell’intermediazione creditizia. Di conseguenza, non diamo per scontata l’ erogazione del credito in assenza di condizioni di economicità per le banche. Riteniamo che per un paese come l’Italia sia necessario un sistema bancario le cui politiche di offerta siano improntate alla prudente e sana gestione come previsto dal Testo Unico Bancario. Ma il comportamento delle banche, oggi, ci sembra eccessivamente prudente verso le imprese di dimensione minore e negli ultimi mesi abbiamo registrato un peggioramento delle condizioni di acceso al credito.

Voglio in particolare ricorda re che il Governatore della Banca d’Italia ha invitato le banche a utilizzare tutte le informazioni loro disponibili per ripristinare condizioni di accesso al credito meno restrittive di quelle attuali».
Eppure le rilevazioni Abi dicono che la maggior parte dei finanziamenti erogati dalle banche è indirizzato verso le piccole imprese
«Il dato citato dall’Abi non deve sorprendere visto che le piccole e medie imprese in Italia sono numericamente di gran lunga prevalenti sulle grandi: l’Istat nel 2006 rilevava che le imprese più piccole (con meno di 20 addetti) erano 4,3 milioni e costituivano oltre i1 98% del tessuto produttivo con un’occupazione prossima al 60% del totale.

La quota di credito che affluisce alle Pmi è quindi di gran lunga inferiore al peso economico relativo. Secondo la Banca d’Italia, il credito erogato alle imprese più piccole rappresenta appena il 20% del totale degli impieghi al sistema produttivo. Ma questo è un dato di struttura. Ciò che le banche non dicono è che già prima della crisi quando il credito cresceva a tassi superiori al 6% per le grandi imprese, esso era prossimo allo “0” perle piccole e, già da ottobre, era in terreno negativo per gli artigiani».


Alcune rilevazioni indicano che molte imprese preferiscono rivolgersi a istituti quali i Confidi, piuttosto che passare direttamente attraverso il canale bancario. E’ un trend che riguarda anche le imprese artigiane?
«Il sistema dei Confidi dell’ artigianato associa oltre 715 mila imprese e ha garantito finanziamenti per quasi 11 miliardi di curo e il livello delle sofferenze lorde si attesta al di sotto del 2% rispetto ad una media nazionale del settore artigiano che supera il 7%. Nel tempo, ha acquisito un largo e riconosciuto prestigio per la qualità operativa, per dimensione e competenza.

Non è un canale alternativo al sistema bancario ma uno strumento utile per ridurre la distanza tra le imprese e le banche. I Confidi strumenti di natura mutualistica e senza scopo di lucro, promossi dalle associazioni della imprese, prestano infatti al sistema bancario garanzie aggiuntive, rispetto a quelle che gli imprenditori hanno la possibilità di offrire autonomamente, per ottenere la concessione del credito. In questo modo forniscono alle imprese meno patrimonializzate benefici in termini di costo, quantità e durata del finanziamento».
Si è sempre detto che le aziende italiane si rivolgono alle banche per lo più per avere prestiti, e non hanno mai sviluppato rapporti di finanza più complessa, come invece succede in altri paesi industrializzati. Non ravvisa in questo un limite da parte del mondo imprenditoriale?
«Le imprese hanno bisogno di poter ricorrere a strumenti adeguati alle loro necessità che, in particolare per quelle di minori dimensioni, non sono particolarmente complesse. La finanza derivata incorpora elementi di rischio difficilmente quantificabili e comunque non in linea con l’attività delle piccole imprese. Tra i due estremi, tra il c/c e il derivato, manca una offerta di strumenti dedicati alla dimensione piccola d’impresa».
L’accesso a finanziamenti è secondo lei una leva strategica per la crescita? Qualcuno potrebbe obiettare che si tende a scaricare tutte le colpe su questo fronte invece di affrontare carenze gestionali.
«La crisi accresce il fabbisogno finanziario che deriva dal rallentamento dell’incasso dei crediti commerciali e dal calo dell’attività produttiva a fronte di costi fissi, spesso incomprimibili. Le banche in questo momento invece di alleviare questo stato di difficoltà tendono ad adottare una posizione difensiva che, come lo stesso Presidente della Consob Lamberto Cardia ha recentemente osservato, espone le piccole imprese all’asfissia finanziaria. Lo stesso Governo e la Banca Centrale Europea hanno riconosciuto la necessità di evitare l’interruzione dei flussi di credito. Vogliamo sperare che le difficoltà di approvvigionamento di liquidità sui mercati interbancari, che avevano in parte giustificato il rallentamento del credito, possano considerarsi superate grazie alle generose iniezioni effettuate dalle banche centrali e solo in parte utilizzate dalle banche italiane».
Basilea 2 e le normative di adeguamento agli standard internazionali hanno reso ancora più difficile l’accesso al credito da parte delle imprese che non possono fornire garanzie rispondenti ai criteri di rating. Secondo lei, quali sono gli aspetti da rivedere di queste normative dal punto di vista delle microimprese?
«Di fronte a questa situazione riteniamo che le banche debbano valutare l’opportunità di non procedere ad una acritica applicazione dei criteri di Basilea 2 dal momento che, come lo stesso Governatore Draghi ha riconosciuto, “i modelli di scoring perdono parte della capacità predittiva nei momenti eccezionali”.
Le stesse regole operative di Basilea 2 sono state pensate scritte in una fase del ciclo economico completamente diverso dall’attuale e ciò non può non comportare di conseguenza una riflessione che abbiamo chiesto al Governo di avviare rapidamente con le organizzazioni delle piccole e medie imprese. In questo momento si tratta, dunque, di coniugare alla sana e prudente gestione bancaria, nuovi criteri di valutazione del merito creditizio delle piccole imprese, che tengano in considerazione l’affidabilità e la reputazione dei richiedenti sulla base di dati qualitativi, che possono essere recuperati solo attraverso un forte legame col territorio. Nello specifico la CNA ha da più di anno lanciato alle banche la proposta di ripensare il rapporto tra banche e imprese contemplando un ruolo attivo e riconosciuto alle associazioni di rappresentanza. Il lavoro svolto dalla Confederazione nei diversi settori, nei raggruppamenti di interesse, nei servizi e in tutte le attività della rappresentanza, permette di acquisire una base molto articolata di informazioni, che vanno dal posizionamento competitivo dell’associato, all’andamento e alle prospettive dei diversi mercati in cui opera. Inoltre la CNA, attraverso la sua società nazionale di informatica, è in condizione di mettere a disposizione del sistema creditizio, informazioni quantitative e qualitative in grado di facilitare la valutazione delle imprese nella concessione di credito. In definitiva per migliorare i rapporti tra Banche e Imprese la CNA ritiene che debbano essere utilizzate al meglio le conoscenze, anche personali, che le nostre strutture hanno degli associati e delle loro esigenze.
L’obiezione che molti fanno all’ipotesi di allargare il tavolo ai piccoli è di carattere operativo. I tempi si allungherebbero e la gestione diventerebbe assai più ardua. Che fare, dunque? Un’ipotesi potrebbe essere quella di trasformare il triangolo in quadrilatero, aggiungere un unico posto per un portavoce collettivo delle Conf escluse. In cinque (Confesercenti, Cna, Confcommercio, Casartigiani e Confartigianato) stanno già lavorando alla costruzione di una federazione stendendo norme statutarie e codice etico comuni. Nell’occasione potrebbero coinvolgere le organizzazioni che sono rimaste fuori e designare un unico portavoce che negozi accanto a governo, Abi e Confindustria. «Il nostro è un mondo che merita di più – lamenta Ivan Malavasi, presidente di Cna – ma evidentemente il governo continua a sottovalutarci». Un tavolo a quattro potrebbe rappresentare un segnale di discontinuità e preparare il terreno a quella riforma della rappresentatività (con tanto di certificazione e trasparenza) che sta a cuore al ministro Maurizio Sacconi.

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